Numero 23: Federica Ooyen

 

Intervista a Federica Ooyen, artista resiliente

 

Ciao Federica! Se dovessi scegliere 3 aggettivi per descriverti quali sceglieresti? E Perché? 

Coraggiosa, resiliente, ambivalente.

Ciò che ho vissuto, e che in parte comunque vivo ancora adesso a causa della mia malattia (Disturbo Bipolare di tipo 2), mi ha resa forte, serve tanto coraggio per ammettere a se stessi quando si è solo poco più che ventenni di avere “qualcosa che non va” a livello mentale, e ne serve ancora di più per parlarne apertamente col mondo. In realtà non c’è niente che non va: ho una patologia, come molti hanno avuto la sfortuna di averla al cuore, ai polmoni, ai reni, al seno… io l’ho avuta al cervello. Ma in una parte che non mi toglie le funzioni cognitive. 

Resilienza perché ho dovuto imparare a convivere con questo disturbo, che non si sa mai come si comporterà, a soli trent’anni ho già fatto visita più volte agli estremi opposti della vita sperimentando gli umori più irrefrenabili e la spinta energica dell’ipomania, per poi trascinarmi a gattoni senza direzione nel buio doloroso della depressione, senza forze e senza speranza.

Bivalente perché in me vi è sempre un conflitto di sentimenti ed emozioni positive e negative, qualcuno mi chiede come si possa essere felici e depressi contemporaneamente. La risposta sta nel fatto che la depressione non è tristezza, ma e una malattia, ma porta in sé anche sentimenti negativi. Io riesco a provare gioia nel dolore. Sofferenza nei momenti felici. Sempre.

Che aggettivi userebbero gli altri invece per descriverti? E perché? 

Esplosiva – Solare – Creativa – Impaziente – Empatica – Combattente – Sognatrice – Sensibile – Intraprendente 

Ho chiesto a diverse persone e l’aggettivo che ha accomunato tutti è stato “solare”. 

La mia migliore amica scrive: “solare perché anche nei momenti bui trovi la forza per sorridere, per non parlare del fatto che quando sei in up hai una risata contagiosa!”. 

 

Ci parli un pò di ciò di cui ti occupi? 

F;Ooyen è una linea di magliette e articoli d’arte, tutto realizzato da me. 

Ogni disegno racchiude un significato ed è contornato da un rettangolo con un punto e virgola, il simbolo delle malattie mentali.

In grammatica viene usato dall’autore per sospendere un discorso che non vuole chiudere del tutto, e che quindi dovrà avere per forza un seguito. Ci impone una pausa nella lettura; metaforicamente rappresenta chi è stato interrotto dalla malattia, ma ha deciso di non mettere un punto alla propria vita e continuare a scriverne nuovi capitoli.

Il mio scopo è quello di dare speranza a chi soffre di malattie mentali e si sente solo in questa sua sofferenza, dimostrando che quella che sembra una debolezza può diventare invece un punto di forza e che queste crisi possono essere sfruttate anzi che temute, come ho fatto e sto facendo io, e dare informazione laddove c’è ancora tanta ignoranza e si crede ancora che la parola “psichiatria” sia solo da associare alla “pazzia”. E mi piacerebbe estendere questo meraviglioso simbolo a tutte le persone che nella vita si sono trovate ad affrontare sfide che sembravano insuperabili, di ogni genere, ma che hanno vinto. E ricordare a chi ci sta passando ora, che #nonsietesoli.

Chi acquista le mie creazioni non acquista semplici capi di abbigliamento o quadri, ma è testimone di questa meravigliosa lotta.

 

 

Quando hai deciso di lanciare la tua attività? E perché? 

L’idea mi venne a dicembre 2019, ma rimandai per un anno per paura di espormi. Non mi sentivo ancora pronta a parlare apertamente sui social di questi argomenti. Nel frattempo avevo già iniziato a eseguire disegni e ritratti su commissione. A fine novembre 2020 ho finalmente preso coraggio e mi sono lanciata in quest’avventura.

 

Quali credi che siano le caratteristiche e le abilità necessarie per intraprendere un percorso come il tuo? 

Beh, come prima cosa bisogna saper disegnare! Io sono autodidatta, non ho mai studiato per fare questo, sono diplomata al liceo classico e ho sempre fatto lavori di tutt’altro genere. Ma è sempre stata una dote innata sin da quando ero piccola, e anzi, mi dispiace molto non averla coltivata come avrei voluto.

Ma il mio lavoro non si limita solo a disegnare. Lavoro tramite i social, di cui mi occupo da sola, e contrariamente a ciò che pensano molte persone non è per niente facile! Anche perché se così fosse, saremmo tutti ricchi e famosi come la Ferragni! Serve abilità, costanza, e, nel mio caso che devo avere un contatto diretto con le persone, tanta empatia. 

Per quanto riguarda l’aspetto dell’attivismo, bisogna ricordarsi che si parla di salute mentale, quindi tra i lettori potrebbe esserci qualcuno che sta molto molto male e su cui le mie parole potrebbero avere un grande potere. Perciò ogni mio post deve essere sempre ben pensato e filtrato. Ciò che scrivo non è mai a caso. Non è mai uno sfogo personale. Ha sempre un fine: dare un aiuto, una spinta, e far riflettere chi è immune a queste patologie e spesso giudica. La mia storia personale è solo una scusa per arrivare a trattare alcune tematiche, io mi espongo in prima persona per dare principalmente dimostrazione di quanto sia sbagliato lo stereotipo che tutti hanno del malato psichiatrico, facendo vedere appunto che anche una ragazza normalissima come me può avere una diagnosi del genere. 

 

Cosa consiglieresti a chi come te vuole intraprendere questo tipo di percorso? 

È una cosa talmente personale che onestamente non saprei cosa consigliare! L’unica cosa che mi viene da dire è: pensate a cosa avreste desiderato fare da bambini. E se ciò che state facendo ora non vi rende felici, cambiate. Qualunque età voi abbiate.

 

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato sul tuo percorso? Come le hai affrontate? 

È un’attività nuova, e come tutte le attività appena nate sto riscontrando le normali difficoltà del caso. Ma quando si ha una “cosa” come il disturbo bipolare, quando si è arrivati ad accarezzare la morte, in realtà poche cose cose sembrano difficoltà insormontabili, perciò per adesso mi sto concentrando molto di più sulle soddisfazioni del tutto inaspettate che mi ha portato questo progetto piuttosto che sulle preoccupazioni.

 

Se non avessi intrapreso questo percorso, cosa avresti fatto? E perché? 

Non lo so. Ho fatto per anni l’assistente da un dentista e successivamente l’impiegata prima di stare male. Successivamente non ho più avuto modo di pensare a nulla. Ciò che mi è accaduto mi ha reso impossibile avere un lavoro standard. Anzi. Per molto tempo mi ha reso proprio impossibile avere un lavoro. Ma come ho detto prima, sono una combattente e resiliente, mi adatto. Se una persona è sulla sedia a rotelle non si può pretendere da lei che metta a posto gli scaffali di un supermercato. Così io non posso pretendere da me cose che vanno contro le mie possibilità e la mia salute. Ma non ci si deve nascondere dietro la scusa di una diagnosi per adagiarsi alla pigrizia e all’inerzia di una vita senza scopi. Perciò, non so rispondervi “cosa avrei fatto in alternativa” ma posso dirvi che ho inventato tutto questo proprio per creare un lavoro che si adattasse alla mia malattia. Per vivere, perché ahimè i soldi servono, ma per fare qualcosa che abbia un valore che va oltre a quello economico, per me e per gli altri.

 

Quale Numero Primo ti rappresenta di più? E perché?

  1. Il 23 novembre 2020 mi sarei dovuta recare a Roma per una visita da un neuro psichiatra per valutare se prendere in considerazione un’eventuale terapia fisica visto la mia intolleranza a quelle farmacologiche, con tutti i suoi possibili effetti collaterali e conseguenze perché si parla di interventi che vanno a toccare parte del cervello. Alla fine non me la sono sentita, ho annullato, e casualmente, quello stesso giorno ho lanciato F;Ooyen sui social. Destino vuole che tre mesi dopo, per pura coincidenza, la camera di commercio mi abbia dato appuntamento nuovamente il 23 per la registrazione ufficiale del marchio. 

Il 23 novembre F;Ooyen si raccontava al mondo, e il 23 febbraio diventava un brand a tutti gli effetti.

 

Splendido Federica, grazie mille

 

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